mercoledì 11 febbraio 2015

Istanbul: they call it chaos, we call it home.

Sono da poco ritornato di nuovo nella mia cara Roma, dopo l’ennesima esperienza all'estero e stavolta la mia meta è stata l’affascinante Istanbul in Turchia, di cui già sento la mancanza e a cui non potevo non dedicare un post ricco di emozi del mio piccolo blog.
Nella mia vita ho viaggiato molto soprattutto in Europa ma mi è sempre mancata l’occasione (ovvero un biglietto low cost) per andare a scoprire questa meravigliosa città, ponte tra Europa ed Asia. E come al solito sono stato fortunato che ho avuto (l’ennesima) opportunità di poterla scoprire nel miglior modo di scoprire qualsiasi città nel mondo: vivendoci.
Istanbul è stata la mia città per ben 5 mesi, mi ha accolto, mi ha stravolto, mi ha accettato, mi ha fatto integrare, mi ha fatto capirla e poi (ovviamente) mi ha fatto innamorare di lei. E’ vero che in questo caso soffro di un “innamoramento  facile”, visto che già nel passato mi sono innamorato dell’elegante Madrid, della selvaggia Cambogia e poi della vitale Buenos Aires, ma per me viaggiare è come innamorarsi di una donna. In fondo noi uomini siamo innamorati di più donne e non possiamo decidere e sapere quale sia la migliore alla fine perché siamo consapevoli che ogni donna di cui siamo innamorati ed attratti ha un fascino e un effetto diverso su di 
noi. Questo è quello che mi succede ogni volta vivendo in una nuova città (e a volte anche con le donne, ovviamente). E Istanbul non si è smentita nemmeno stavolta, anzi.
Molti miei amici che mi sono venuti a trovare e hanno visitato e scoperto la città con me mi chiedevano quale sia il mio posto preferito a Istanbul e la mia ovvia risposta è stata sempre: TUTTO! Stessa risposta che ricevevo io da loro alla fine del weeekend turistico. Tutte le sue famose attrazioni turistiche sono uniche nel suo genere e ti colpiscono fortemente ma sono soprattutto le non famose attrazioni che non si trovano nelle guide che te ne fanno innamorare. Proprio questa molteplicità e diversità di cose da vedere, vivere e scoprire in contesti così opposti e differenti rendono davvero Istanbul una città unica nel suo genere.


Istanbul è un caos continuo, una città piena di contraddizioni, di paesaggi contrastanti, di luoghi comuni da smentire, una città dinamica che non si spegne mai, in tutti i sensi.
Istanbul è un mix di colori, di sapori, di odori, è una città da vivere davvero con tutti i 5 sensi.
Istanbul è il quartiere turistico per eccellenza, Sulthanahmet dove si trovano le maggiori attrazioni per i turisti dove passeggiando per questa area si passa attraverso secoli di storia europea, dall’impero Romano a quello Bizantino fino ad arrivare a quello Ottomano, attraverso la moschea di Santa Sofia, l’emblema del contrasto di Istanbul: prima basilica cristiana e poi trasformata in moschea e ora diventata un museo dove si possono ammirare i mosaici rappresentanti la Madonna e Gesù circondati da simboli tipici dei musulmani, un mix da lasciare senza fiato.

Sulthanahmet è la Moschea Blu che ti colpisce per la sua grandezza e il suo colore blu del suo interno, ma è anche la Basilica Cisterna, un luogo sotterraneo suggestivo ricco di storia e leggende.
Sulthanahmet è le sue moschee tutte simili tra loro ma ognuno con un tocco particolare, dalla moschea di Fatih a quella di Solimano che domina dall’alto tutto il quartiere, fino a quella di Eminonu che accoglie i turisti che arrivano attraverso il Ponte di Galata. Eminomu, una parte di Sulthanahmet, ti inebria di sapori ed odori con il suo mercato delle spezie, con i suoi pescatori che notte e giorno pescano sul Ponte di Galata, con l’odore forte di pesce proveniente dalle sue barche ferme vicino alla costa dove vengono cotti alla griglia i pesci appena pescati e venduti come i famosi Ekmek sandwich. Sulthanahmet è il luogo del potere ottomano passato attraverso lo sfarzo del Palazzo Topkapi, residenza dei vari Sultani con una vista mozzafiato sul Bosforo. Sulthanahmet è il suo Gran Bazar, dove si vende di tutto e di più attraverso la contrattazione, una tradizione che persiste nei secoli sempre nello stesso posto.
Ma è proprio vicino al Gran Bazar che si trova uno dei miei posti preferiti, che ho ribattezzato simpaticamente il “posto segreto”. Segreto perché per arrivarci è abbastanza complicato ma è propria questa difficoltà a renderlo unico. Entrando in un vecchio edificio sede nel passato dei carovanieri provenienti dall’Oriente con i bachi da seta si sale fino ad arrivare davanti a una vecchia porta di legno, dove ci sarà un vecchio turco dai modi molti buffi ad aspettarvi a cui dandogli un paio di lire turche vi aprirà semplicemente la porta e vi lascerà salire delle scale buie e trasandate. Salendo si arriva sul tetto particolare di questo edificio da dove si può ammirare di una vista mozzafiato:
Sulthanahmet alle vostre spalle che vi circonda con le sue moschee, Eminonu,il ponte di galata, il Corno d’Oro, la Torre di galata e tutta la sponda europea di Istanbul piena di grattacieli di fronte a voi, il Bosforo e il suo ponte illuminato e tutta la sponda asiatica alla vostra destra. Un paesaggio mozzafiato che al tramonto e durante il richiamo alla preghiera del Muezzin vi lascia una sensazione senza tempo che racchiude un po’ l’essenza stessa delle contraddizioni e dei contrasti di Istanbul: un tetto antico e spartano, un suono arabo e musulmano, una vista  dove si può ammirare l’unione dell’Europa con l’Asia attraverso il Bosforo, attraverso vecchi palazzi degradati, edifici storici, moschee antichissime, grattacieli ultramoderni, un traffico continuo. Tutto questo è (anche) Istanbul.

L’Istanbul da Istanbuliota (come vengono chiamati gli abitanti di Istanbul) è diversa da quella da turista. L’Istanbuliota viene svegliato all’alba dal richiamo del muezzin (o gli viene ricordato che è andato a dormire molto tardi), fa colazione con olive, formaggio di capra, pomodori, cetrioli e l’immancabile Simit e 
il Cay, il tipico thé turco. Cammina per il proprio quartiere iper popolato dove le persone non entrano a volte nemmeno nel marciapiede, tra il traffico incessante e pericoloso della città. Prende metro, bus, metrobus, metro che passano sott'acqua o le navi che collegano continuamente le due sponde del Bosforo. E proprio attraversando il Bosforo che si sfatano uno dei luoghi comuni di Istanbul: che la parte asiatica della città sia più "araba", più antica, meno moderna, più sporca. Tutt'altro: i quartieri della parte asiatica come Uskudar e Kadikoy sono i quartieri dove ogni Istanbuliota 
vorrebbe vivere perchè moderni, puliti, meno caotici. Passeggiando per la parte asiatica si trovano sorprendentemente più somiglianze con le nostre città europee rispetto alla sponda europea. E la bellezza di Istanbul sta proprio in questo, nel sorprenderti continuamente come i tramonti che ti lasciano senza fiato di fronte all'isola della fanciulla. E inoltre Istanbul è una città vitale, dinamica, che non dorme mai a partire dal suo cuore pulsante che parte da Piazza Taksim lungo tutta la strada pedonale di Istiklal, 3 chilometri pedonali sempre piena di persone: di giorno per i suoi tantissimi negozi e chioschi tipici, di notte grazie alla sua frizzante vita notturna essendo ricca di tanti bar e discoteche dove si fa festa fino a mattina, con serate da far invidia a qualsiasi altra capitale europea.
E proprio vivendo la città che si viene a contatto con il popolo turco e si scoprono che i luoghi comuni sui turchi sono sbagliati (tranne quello di fumare come un turco che è verissimo). I turchi sono gentilissimi, generosi, ospitali, rispettosi verso le persone anziane ma come da tutte le parti del mondo esistono le brutte eccezioni che ci fanno pensare che i turchi siano tutti cattivi, maleducati e poco socievoli. Inoltre i giovani sono sempre più aperti a nuove conoscenze, nuove culture, a "europeizzarsi" sempre di più rispetto magari alla popolazione più anziana che per chi vive lì come me, è stato un notevole vantaggio per sentirsi subito integrato. E vivere in Turchia significa anche rimanere colpito dalla bellezza e dal fascino delle donne turche (non tutte ovviamente), con il loro mix di tratti mediterranei ed arabi che le rendono belle e affascinanti.
Tutto questo vortice e mix di colori ed odori, paesaggi ed immagini, contrasti e luoghi comuni, scoperte sorprendenti e certezze inaspettate, antico e moderno, caos e tranquillità, salite e discese, festa e religiosità, innovazione e tradizione, rendono questa città unica ed inimitabile. E per capirla completamente bisogna solo perdersi per i suoi numerosi e contrastanti quartieri, camminando tra salite e discese che ti ricorda un po' Lisbona e un po' il caos di Napoli, fin quanto non ci si innamora passo dopo passo, scorcio dopo scorcio, sguardo dopo sguardo che ti rapisce e sai che quando la lascerai, quel caos chiamato Istanbul ti mancherà come non mai e che una città così contrastante tutta insieme e ricca di fascino non la potrai mai trovare in nessun posto al mondo.
Grazie Istanbul per avermi fatto innamorare di te.
Ora però devo volare verso una nuova città da scoprire e che (probabilmente) mi farà innamorare di nuovo, a suo modo.

domenica 13 aprile 2014

Un boludo Italiano che si sente ancora Argentino


Argentina.
Pronunciare questo nome e ascoltarlo ancora mi emoziona.
Un emozione forte, intensa, unica.
Per le persone che ho conosciuto, per i posti che ho visto, per la cultura che ho tentato di comprendere.
Oggi sono esattamente 4 mesi che sono tornato da questa terra così lontana dall'Italia ma così vicina come cultura e persone.
Come descrivere Argentina e la sua affascinante capitale Buenos Aires che mi ha ospitato per quasi 6 mesi?


Si potrebbe iniziare dal cibo:
Argentina è la carne buonissima e squisita, col suo sapore intenso e inconfondibile che racchiude tutta la bontà di una terra come La Pampa, orgoglio nazionale; è la "parrilla" (il nostro barbecue) della domenica a pranzo con amici e familiari, dove l'asador è il re della parrilla e delle numerose specialità di carne come l'asado, matahambre, chorizo, morcilla, costillas, bondiola; Argentina è l'empanada da mangiare a tutte le ore, è il dulce de leche a cui non si può resistere, è bere il mate rigorosamente in compagnia e con il suo particolare rito della condivisione, è mangiare una milanesa con papas, è fermarsi per strada e prendersi un choripan (pane e salsiccia, cioè chorizo più pane). Argentina è la bontà dei suoi vini, dei vigneti di Mendoza, delle diverse qualità di rosso, Argentina è il Fernet y Cola, cioè mischiare il nostro amaro Fernet Branca in notevoli quantità con coca cola, una bevanda anomala ma a cui ci si fa presto l'abitudine soprattutto perchè ha poteri magici: durante la serata sarete carichi come se avreste preso una red bull e se ne abusate il giorno dopo sarete attivi senza un minimo segno di hangover. Provare per credere.

Ma Argentina è anche non capire sostanzialmente nulla della loro stravagante economia; Argentina è cambiare Euro o Dollari a un cambio molto più vantaggioso del cambio ufficiale al mercato "nero" di calle florida, è pagare pochissimo il biglietto dell'autobus, è poter mangiare a prezzi contenuti ma pagare affitti spropositati; Argentina è inflazione, iperinflazione forte: è poter vedere cambiare i prezzi della frutta e della verdura quasi ogni giorno; Argentina è sinonimo di crisi, crescita, boom economico, potenza economica, ricchezza e povertà allo stesso tempo, è sentire parlare di crisi senza mai lamentarsi e continuare a vivere giorno per giorno senza pensare al futuro prossimo ma a godersi il presente, in maniera forte ed intensa.


Inoltre Argentina è la bellezza delle donne argentine, è il loro sorriso e le loro forme irresistibili; Argentina è il gesticolare delle persone, è il parlare ad alta voce, Argentina è il contatto fisico; Argentina è l'arte del "chamuchero" cioè di conquistare e rimorchiare le ragazze, Argentina è l'impossibilità di non fare commenti e complimenti a una bella ragazza per strada, è vedere l'autista dell'autobus saltare la fermata pur di accostarsi al marciapiede opposto per riempire di forti complimenti la bella e appariscente argentina di turno; Argentina è l'argentino che ti sente parlare italiano e subito gli stai simpatico e ti racconta che ha nonni, bisnonni italiani di qualche paese del nord o sud d'Italia ma che in quel momento non si ricordano il nome; Argentina è il calcio, inteso come arte, cultura, liberazione, fomento; Argentina è Maradona, è Messi, è il mondiale che non vincono da troppo tempo, è la rivalità fortissima tra Boca Juniors e River Plate anche se il loro livello calcistico è da serie B italiana, è arrabbiarsi e gridare come matti davanti alla tv per un gol sbagliato.



Argentina è il tango, è passione, è sensualità, è voglia di divertirsi, uscire, è avere tutte le discoteche sempre piene, è bere in compagnia, fare le 7 di mattina tutte le sere anche se non sei erasmus e domani hai da fare perchè in Argentina, per cultura e per la storia che hanno passato a livello economico e storico, non vivono pensando al domani.




Argentina è natura, spazi immensi, terre incontaminate, è la Patagonia, è la Pampa, Argentina sono le interminabili ore di pullman per spostarsi da una città all'altra, Argentina sono le cascate di Iguazù, è il mare del Mar del Plata, è il deserto di Salta, è la Penisola di Valdes con le sue balene e pinguini, è la Terra del Fuoco, è il ghiacciaio Perrito Moreno, è Mendoza e i suoi vini, è Cordoba, è Rosario e le sue donne bellissime.



Argentina è Buenos Aires, il cuore pulsante e vivo di questo bellissimo paese che a distanza di 4 mesi sento ancora vicino a me, con tutta la sua intensità e le emozioni che mi ha fatto vivere e che sempre porterò nel mio cuore perchè non puoi non innamorarti dell'Argentina e tutto ciò che essa rappresenta dopo che ci hai vissuto.

Parola di un boludo italiano che si sente ancora Argentino.

sabato 23 novembre 2013

L'agricoltore e l'amicizia oltreoceano.

E' passato molto tempo dal mio ultimo post e ancora non so perchè ho (ingiustamente) trascurato il mio blog.
Però oggi mi sento un po' nostalgico del passato e quindi anche del mio blog (che dovrebbe far parte del mio presente però!). Proprio oggi sono esattamente 9 mesi che ho iniziato il mio viaggio tra due continenti che mi ha portato a vivere 4 mesi in Cambogia per uno stage, scoprire un mondo nuovo e una nuova cultura come quella asiatica, scontrarsi con una  realtà completamente diversa a quella a cui noi siamo abituati, fare una esperienza lavorativa unica nel suo genere, vedere posti magici come l'Angkor Wat, arrivare fino in Thailandia, tornare in Italia solo per 20 giorni (e rompersi il polso giocando a calcetto) e ripartire di nuovo destinazione Buenos Aires per un intercambio. Qui già vivo da 4 mesi e in meno di un mese si torna a Roma. Un'altra esperienza fantastica, una nuova cultura, un nuovo continente da scoprire, tanta gente da conoscere e da "vivere" (e tanta fiesta ovviamente).
Sull'Argentina, la sua cultura e la mia esperienza (e avventure) a Buenos Aires è già pronto un (lungo, lunghissimo) post al mio ritorno a Roma.
Però oggi come ho già detto, data la coincidenza con la data della mia partenza per la Cambogia, mi sento nostalgico (nonostante io sia un instancabile viaggiatore) di Roma, della mia famiglia e soprattutto dei miei amici. Qui a Buenos Aires sto conoscendo tantissime persone, così come già fatto in Cambogia e un anno prima a Madrid. Chi mi conosce bene sa quanto mi piaccia conoscere gente nuova, stringere amicizia, organizzare uscite anche con persone conosciute da pochissimo. Sarà lo spirito Erasmus, sarà lo spirito che "la felicità è reale solo quando è condivisa", sarà  lo spirito che mi piace stare con la gente e passare momenti divertenti con conoscenza vecchie e nuove, sarà lo "spirito di vita di Isaia" non lo so; fatto sta che nonostante questa mia "predisposizione" verso l'esterno, inteso come andare a vivere fuori, conoscere nuove persone, non significhi che mi dimentichi dei miei amici, quelli veri, quelli di vecchia o recente data. Nonostante la mia lontananza fisica di questi due ultimi anni, considerando anche che l'anno scorso ho vissuto 10 mesi a Madrid e quindi a Roma ci sono stato solo per altri 6 mesi, non ho mai dimenticato questi miei amici. Loro che leggono sanno a chi mi riferisco. Ho sempre voluto far sentire la mia "presenza" in qualche modo, così come loro l'hanno fatto con me nei modi più diversi e personali ma che io ho sempre apprezzato.
E visto che la data del mio ritorno si avvicina e nonostante sia bellissimo fare nuove amicizie e conoscenze per il mondo, è ancora più bello sapere che a Roma (o in altri posti del mondo) ci sono dei punti di riferimento che ci saranno sempre per te. Che saranno pronti a dirti con felicità  "Bentornato finalmente!" ma con lo stesso sorriso "Riparti di nuovo??? Bravo continua così. Ti aspettiamo presto!".
Per questo per me l'amicizia è un tesoro raro che custodisco con molta cura ed attenzione.

Come dice un aneddoto cinese:
"Un grande agricoltore, che già possiede con successo tante piante, non è solo quello che cerca con la giusta intraprendenza di aumentare il numero delle sue piante, lanciando il maggior numero di semi il più lontano possibile nella speranza di avere sempre più piante e chissà frutti più buoni, ma è quello che mentre si impegna a farlo non si dimentica delle  vecchie piante, ricche e produttive, che ha già da tempo alle sue spalle e gli permettono di essere l'agricoltore di successo che è"

domenica 23 giugno 2013

La Cambogia che ti lascia senza fiato

Ho girato diciamo abbastanza la Cambogia tra vivere quotidianamente la capitale Phnom Penh e la sua dinamicità, le bellissime spiagge di Sihanoukville e le suo isole, le risaie di Takeo, i paesaggi della campagna cambogiana. Dovunque si trovava un piccolo tempio o meglio una delle tante pagode. Quindi posso dire che ero più o meno abituato a questo tipo di paesaggio; fino a che, non sono andato ai templi di Angkor.
I templi di Angkor si trovano a una decina di chilometri dalla seconda città della Cambogia, Siem Reap, popolosa città oramai molto turistica vista la sua vicinanza a questi templi tanto da avere addirittura un aeroporto internazionale.
Prima di venire qui in Cambogia ammetto di non aver mai sentito parlare di questi templi di Angkor ma a quanto pare più del 80% dei turisti che vengono in Cambogia è proprio per visitarli. Sono patrimonio dell'UNESCO e considerate una delle meraviglie del mondo (confermatissimo) e la più estesa superficie "religiosa" del mondo. Infatti i templi di Angkor si estendono su una superficie enorme proprio perchè i vari templi sono sparsi in un'area immensa e in mezzo alla natura selvaggia della giungla.
Proprio per assaporare a pieno questi templi ho deciso di visitarli con una mountain bike per sentirmi più "parte" del contesto. La mattina la sveglia è suonata alle 3.30 per fare colazione e percorrere i 20 km che mi separavano dal tempio imperdibile all'alba:  l'Angkor Wat. Appena arrivato l'emozione è stata unica grazie anche all' "antipasto" dell'arrivo in bici: un percorso d'arrivo su una strada in mezzo agli alberi e di colpo un monumento (davvero non so come descriverlo, se come castello, edificio, tempio) enorme, potente,  circondato da tanta acqua e tanta natura si apre davanti ai miei occhi. Una foto non può rendere l'idea e soprattutto l'emozione che si prova di primo impatto. L'Angkor Wat effettivamente con i colori dell'alba assume un aspetto magico.

Dopo un intenso tour all'interno del tempio (immenso, come tutti i templi di Angkor), ho continuato il mio percorso in bici attraverso i numerosi templi che si susseguivano tra la natura incontaminata e il sole che cominciava  a scaldare. Tra questi due mi hanno particolarmente colpito: il Bayon e il Ta Prohm. Il primo ha una struttura strana che non riuscirò mai a descrivervi (questo vale per tutti) perchè sono templi a cui non siamo "abituati"; per i più curiosi meglio che vi guardiate le mie foto su facebook o li cerchiate su google, magari condita da un'approfondita spiegazione storica e antropologica, visto che non è il mio mestiere ne l'obbiettivo di questo post. Come dicevo la particolarità del Bayon è di avere raffigurata su tutta la sua struttura una moltitudine di facce sorridenti che in qualsiasi punto ci si trovi c'è un viso che ti fissa e diciamo che ti "sorride" (molto opinabile). Ma la struttura del Bayon e questa sua particolarità mi ha lasciato una emozione mix di magia e di mistero. Indescrivibile.

Il secondo tempio che più mi ha colpito è quello del Ta Prohm, famoso per essere stato sede del set del film "Tom Raider" con Angelina Jolie. Questo tempio è il mio preferito perchè forse racchiude meglio il concetto di simbiosi tra storia e natura. Si tratta soprattutto di resti di questo tempio che nel corso degli anni sono stati "scossi", "sconvolti", nel senso di pezzi della struttura crollati o pericolanti, dalla forza della natura con le radici di alberi secolari che si sono fuse col tempio in un mix bellissimo e incredibile. Vedere questo tempio dal vivo, toccandolo, vedendo le radici in mezzo alle pareti, muri crollati per la forza dei rami, ti fanno capire cosa significa la forza della natura.

Il tour è durato tutta la giornata perchè i templi erano tantissimi e sparsi per una grande area e nemmeno li ho visti tutti ma diciamo che i principali non me li sono persi. Ho percorso in bici ben 50 km e camminato molto. E' stata diciamo una impresa dal punto di vista fisico visto anche il caldo ma vi giuro la bellezza di questi templi mi spingeva a non sentire la fatica e continuare. Visitando questi templi ho provato emozioni uniche: ogni pedalata, ogni camminata significava rimanere meravigliato e con la bocca aperta dalla bellezza magica e misteriosa di questo posto. Eppure nel mondo ne ho visto di posti magici come le piramidi in Messico, i massi di Stonehenge, tutti i giorni a Roma c'è un museo a cielo aperto, in Italia siamo abituati a luoghi di culto, resti storici come Pompei ma l'effetto dei templi di Angkor non me l'ha mai fatto nessun sito al mondo (per il momento). Forse perchè per la prima volta in vita mia ho visto cosa significa unire e fondere nello stesso tempo la storia, il culto e la forza della natura di un popolo e di un paese mescolati in una simbiosi perfetta, magica e misteriosa.
Tutto ciò non fa altro che confermare ancora una volta di quanto sia bello il mondo, quanto sia bello viaggiare e scoprire ed emozionarsi scoprendo posti magnifici ed inaspettati. Si può viaggiare tantissimo ed essere stati in tanti paesi ma il mondo sarà sempre troppo grande per noi e per poterlo visitare tutto ma il bello è proprio questo: lo stimolo a non fermarsi mai e spingersi sempre verso un posto o un luogo non visitato e lasciarsi emozionare dal piacere della scoperta.
Non stancatevi mai di viaggiare: è l'unica maniera per sentirsi sempre vivi e con stimoli continui e soprattutto arricchirsi sempre di più.

domenica 16 giugno 2013

L'aspetto sociale di una birra cambogiana e un po' di musica.

Quante volte vi siete fermati a pensare a cosa significhi la felicità e come si possa a rappresentarla?
Io dopo la giornata di ieri qui in Cambogia la rappresenterei con una (o forse di più) birra e un po' di musica.
Basta così poco per creare la felicità?
In Italia forse no ma qui in Cambogia sì. Sì perchè qui il materialismo non è fondamentale, le condizioni economiche non floreali non permettono di pensare troppo ai soldi e alle cavolate quotidiane, la durezza del sacrificio e del lavoro spingono a godersi in maggiore ampiezza i piccoli aspetti di felicità quotidiani. Cosa che noi (e anche io) non siamo abituati. Qui la felicità è condivisione senza distinzioni sociale, razziale, caratteriale. Qui non importa se sei simpatico o antipatico: se c'è l'occasione di creare un momento di felicità tutti contribuiscono direttamente o indirettamente. Qui non importa se io ho in tasca un Samsung S2 e tu un misero Nokia vecchissimo: si beve, si balla e ci si diverte insieme, indistintamente da tutto.

Ieri nella fabbrica dove svolgo il mio stage c'è stata una festa a pranzo con tutti gli operai e le loro famiglie ed è stata una delle feste più belle,divertenti e profonde della mia vita (e non solo per l'alcol). Ho bevuto, scherzato, riso,  ballato fino allo sfinimento tutta la giornata e non mi sono mai divertito tanto con persone con cui ho ancora difficoltà a comunicare. Nonostante ciò, la mia felicità sprizzava da tutti i pori. E anche la felicità dei cambogiani. Per loro che sono abituati ad essere il più delle volte disprezzati o meglio comandati dai Barang ricchi e potenti, vedere un Barang così divertito, così felice di stare con loro e di condividere la felicità con loro, così premuroso nel dargli le giuste attenzioni è qualcosa di incredibile ed emozionante che ripagano solo attraverso un sorriso così vero e felice che mi fa sentire uno degli uomini più ricchi del mondo.
La differenza sociale purtroppo esisterà sempre nel mondo. In un futuro forse non sarà più in Cambogia ma esisterà in qualche modo sempre. Come combatterla al 100% non lo so. Quello che so è che una birra e un po' di musica può regalare momenti di felicità intensi e inaspettati per il povero Cambogiano e soprattutto al "ricco" Barang eliminando tutte le differenze sociali e culturali esistenti.

Probabilmente con le mie parole non sono riuscito ad esprimere la mia idea di felicità che ho provato ieri.
Forse con questa foto, in cui non appare nessuna differenza sociale, economica, culturale (si balla e basta), di età, di razza e di religione, rendo meglio il mio concetto: sono felice ed è bello rendere le persone felici con la propria felicità.


martedì 28 maggio 2013

L'amore cambogiano

Lo so.
Parlo di tutto e di più ma alla fine, direte voi, un post sull'amore (indirettamente) ce lo metto sempre.
Ebbene sì. Stavolta vorrei parlare e spiegarvi le relazioni d'amore cambogiane.
In generale le ragazze cambogiane si sposano presto, già ai 20 anni. Esistono ancora i matrimoni combinati ma stanno scomparendo (per fortuna). Quando un ragazzo "sceglie" una ragazza deve pagare la famiglia. Quanto deve pagare? Questo dipende da due fattori: la ricchezza della famiglia e la bellezza della ragazza; dove il primo fattore è il più importante. Così che se io volessi sposarmi una bellissima e ricca ragazza cambogiana posso arrivare a pagare fino a 3000 dollari (magari la mia fonte non è molto attendibile ma sicuramente si parla di migliaia di dollari). Quindi l'affare (forse) si fa trovando la ragazze bellissima povera o per i più temerari (e amanti della simpatia) bruttina e povera. Scherzi a parte, proprio per questo alto costo, al matrimonio gli invitati lasciano una busta con i soldi agli sposi (come si fa ancora al sud Italia) e le cifre sono consistenti proprio per poter recuperare questa cifra e garantire il costo magari della prima casa. Il problema è che se un cambogiano ripudia la propria moglie, nessun'altro (tranne rare eccezioni) la potrà risposare, per tradizione. Forse proprio per questo le cambogiane si dice siano le mogli "perfette": ti accudiscono, ti coccolano, ti puliscono, ti fanno la spesa, diciamo sono il nostro zerbino. A me non piacciono le donne così ma quando ho avuto la febbre per 3 giorni mi sono proprio pentito di non essermi fatto una fidanzata cambogiana che mi facesse pure da infermiera. Quindi con questo comportamento cercano di tenersi stretto il marito, oltre a una buona dose di gelosia e possessività (provata in più di una occasione in prima persona). Nonostante questo, le donne (quasi tutte) non hanno un ruolo passivo nella società cambogiana: molte di loro lavorano nonostante i figli, il marito e la casa da accudire. Così che molte delle ripudiate si arrangiano lavorando nei numerosi bar turistici, arrivando (come già immaginate) a prostituirsi. Qui si arriva a una piccola ma importante differenza: c'è la donna che si prostituisce solo per i soldi e avere una buona entrata per i propri figli e avere una indipendenza mentre dall'altra parte c'è la donna che cerca nella prostituzione il suo "fidanzato" straniero nella speranza che oltre a pagare le prime prestazioni sessuali poi se la sposi e la "salvi". Ogni volta che parlo con una ragazza cambogiana e le dico (per scherzo) che vivrò qua per anni, lei cambia atteggiamento, diventa più interessata. E si capisce subito il suo pensiero: non me lo devo far scappare.
Così che sorvolando sulla questione "prostituzione", ogni volta che incontro stranieri con la loro fidanzata  o sposa cambogiana passeggiare per strada, convivere insieme, aprire un bar insieme (storia vera di un francese) mi faccio due domande. La prima è relativa all'uomo: perchè la maggior parte di questi stranieri sono anziani (dai 40-50 anni in su) e abbastanza ricchi? La risposta è  facile e semplice: c'è chi lasciato dalla moglie o stufo di lei, viene qui nel sud est asiatico di una moglie più giovane, che rompa di meno che lo faccia sentire ancora giovane godendosi la vita essendo il costo della vita minore che nei paesi occidentali e finiscono che si innamorino (forse) alla fine. O addirittura sono quarantenni se non trentenni (ma sono la minoranza) abbastanza brutti che stufi di stare (ahimè) sempre con ragazze bruttine decidono di darsi finalmente una seconda chance e trovare una cambogiana carina che lo accetti e lo coccoli per la sua...... simpatia e ricchezza! Spiegata la parte maschile, la domanda va sulla donna: quante di queste fidanzatine o future spose sono realmente innamorate del loro uomo straniero? Ogni volta che vedo queste coppie, vedo nella lei di turno tanto affetto nei confronti del suo lui e ogni volta non posso non domandarmi se quell'affetto, quella dolcezza mostrata sia finta, sia ipocrita o sia vera. Il dubbio che sia finto o comunque che sia più legato alla salvezza e alla riconoscenza che deve avere la lei nei confronti del suo lui, è forte. La sensazione di un amore "materialista" non si può negare, magari leggendo quello che vi ho scritto piuttosto che guardandolo.
Non so dare una risposta a questa domanda. Ogni volta ci provo, penso che sia tutto falso (sia da parte dell'uomo che della donna); poi mi fermo e mi chiedo chi sia io per giudicare se questo amore sia sincero o no. Forse sono condizionato dall'amore "materialista" che a volte noi italiani ed occidentali siamo abituati a vedere. Forse, chissà, in Cambogia e per le cambogiane l'amore è diverso ed assume altra forma ed aspetto.
Ma senza dare un parere convinto su questo dubbio, concludo raccontadovi una storia che forse chiarirà i miei e i vostri dubbi e pensieri in merito.

Di ritorno da una gita in barca in un'isola, noto un uomo di 70 anni arrabbiato con l'organizzatore della gita per non aver aiutato lui e sua moglie (una cambogiana sulla sessantina) a salire sulla barca mentre pioveva e lui doveva provvedere a lei e ad alcune borse. Calmatosi, per caso lo incontro nel viaggio di ritorno e mi accorgo che è quasi muto (per quello non riusciva ad avere l'attenzione dell'organizzatore). Parlandoci (lui si esprimeva con qualche suono e molti gesti) mi racconta di lui: era svizzero e dai 60 anni era in viaggio da solo per l'Asia godendosi la sua pensione insieme alla moglie. Aveva avuto un grave incidente in moto in Thailandia che gli ha ha causato questa perdita della parola e piccoli problemi di mobilità e tic. Mi raccontò che l'incidente risaliva a un anno fa, che prima era in piena forma e super attivo (mi ha mostrato alcune foto sul cellulare) e che si era sposato 5 anni fa con la moglie conosciuta in Cambogia e hanno viaggiato insieme negli ultimi anni. Può sembrare la solita coppia che vi ho raccontato prima ma questa riservava una sorpresa, una piacevole eccezione. La moglie era malata di Alzheimer (da prima che la conoscesse) e si dimenticava spesso di molte cose, così era più lui che accudiva lui che il contrario. Nonostante questo suo problema e la sua non bellezza, mi raccontò che lui quando ci intruppò per caso per strada si innamorò subito dei suoi occhi (ripeto non era per niente bella) e non gli importò nulla dei suoi problemi e che se ne sarebbe preso cura lui. Ed è quello che fece e che ancora vedevo nei suoi piccoli gesti, quando mi abbandonava 5 minuti per vedere se sua moglie avesse sete. Era innamorato. Per davvero. E non della giovinezza o dalla bellezza della sua donna. E lei lo era uguale, nonostante la sua malattia. Lo si vedeva perchè gli accarezzava sempre la schiena nel punto dove ebbe l'incidente, l'unica cosa che si ricordava sempre visto che durante la riabilitazione del marito in ospedale non parlò per settimane per la paura. Era innamorata. Innamorata di quel vecchietto che parlava a mala pena e camminava male.
Erano entrambi innamorati veramente,
E io ho sorriso guardandoli andare via. E ho avuto conferma che l'amore, quello puro e  vero, esiste (ancora) in questo mondo.
Esisterà (forse) anche questo amore "materiale" qui in Cambogia ma è emozionante scoprire che esistono delle bellissime eccezioni.

sabato 4 maggio 2013

Il tempo dell'integrazione

Ormai è più di un mese che vivo qui in Cambogia e solo ora posso dire (ed ammettere) di essere felice qui. Fino a poche settimane fa, preso tra i miei impegni cambogiani avvertivo sempre più forte un senso di disagio, di quasi infelicità. Non riuscivo a capire a cosa fosse dovuto ma mi ritrovavo troppo spesso a pensare al passato, ai miei cari amici, ai miei cari compagni dell'associazione ESN, a Roma, addirittura a ripensare al mio primo mese di Erasmus a Madrid a quelle bellissime emozioni e mi ritrovavo involontariamente in una sorta di confronto fra le tue esperienze e capivo che qui qualcosa non andava. Non sapevo cosa.
Cominciavano a venirmi i sensi di colpa sul fatto che avrei potuto fare uno stesso tipo di stage nel settore industriale e logistico anche in Italia, in giacca e cravatta, in un ufficio fresco e pulitissimo, con belle donne, parlando in italiano invece di farlo qui in Cambogia, senza giacca e cravatta, dove l'ambiente di lavoro è caloroso per via delle alte temperature e non per la sensualità delle colleghe di lavoro, in mezzo alla polvere e al carbone, in un paese dove tu ti senti il diverso, lo straniero, il Barang, dove gli operai cambogiani ridono di te perchè nonostante non lavori duramente come loro, sudi più di loro visto la non abitudine alle alte temperature cambogiane. 
Tutto questo disagio da cosa veniva?
Da un paese che in fondo non mi piace? No tutt'altro, adoro questo paese.
Da un lavoro poco interessante e stimolante? Anzi, la realtà piccola e innovativa fa in modo che possa sperimentare nuove idee, analizzare pianificare la produzione quasi come se fossi un Production Manager.
Il problema principale veniva, per una persona socievole, attiva e amante della compagnia, dall'integrazione. Semplicemente da questo. Integrazione intesa come sentirsi parte della comunità, delle sue abitudini, delle sue usanze, della sua mentalità, del suo network di amicizie cosa non facile in culture cosi diverse con l'ostacolo a volte della lingua (non tutti parlano benissimo inglese qui), integrazione non aiutata dalla poca presenza di stranieri. Quindi tutto ciò mi ha fatto capire che quel senso di disagio era dovuto a un evento nuovo per me: scoprire cosa significa realmente l'integrazione soprattutto in un paese diverso, con una cultura completamente diversa dalla nostra e differenziarla dalle esperienze precedenti dove integrarsi in una città come Madrid, con una cultura e un tipo di vita molto simile al nostro, così come più o meno in tutta Europa è qualcosa di più semplice e rapido. Questa contestualizzazione del mio disagio mi ha fatto capire che in fondo non sono io a non essermi integrato con le persone e col luogo (anzi c'ho messo il massimo impegno) ma è la particolarità e la diversità di questo posto che ne ha accentuato i tempi più lunghi (che è la normalità). Io già mi sento un po' cambogiano come loro: ho i miei amici cambogiani con cui il sabato gioco per strada con un pallone di plastica a piedi nudi (loro), mi sveglio alle 6.30 come loro, mangio sempre riso, bevo la loro birra Angkor, sorrido sempre, ho il mio amico col Tuk Tuk che mi consiglia sempre ristoranti cambogiani buoni ed economici, non rispetto le precedenze e non metto le frecce quando guido, mangio l'ananas con il sale.
Tutta questa riflessione mi ha tranquillizzato sul fatto che tutto sia nella normalità e che questo disagio sia solo frutto dei tempi diversi per sentirsi completamente integrati, per questo ora mi sento felice (realmente) e a mio agio qui soprattutto alla luce che tutti i miei comportamenti vanno in questa direzione e su questo sono fiero di me e di sentirmi un po' cambogiano. Dall'altra parte, questa riflessione e "scontro" con la realtà mi ha lasciato sicuramente un importante insegnamento che porterò con me nel mio bagaglio culturale quando si tratterà in futuro di aiutare altri (che stanno nella mia situazione di ora) ad integrarsi per esempio in Italia, dove il problema dell'integrazione è molto sentito in tutti i suoi aspetti.
Perché la vita è fatta di esperienze e capire cosa significhi realmente l'integrazione e sapersi integrare con i suoi tempi e tutte le sue difficoltà è una grande esperienza di vita.